Cultura

sabato 13 giugno 2020

Disegnare l'anima dei The Fottutissimi: la nostra intervista a Luca Di Sciullo

Disegnare l'anima dei The Fottutissimi: la nostra intervista a Luca Di Sciullo

di Luca Petinari

Dopo sette anni di attesa, i The Fottutissimi sono tornati con un nuovo singolo che anticipa l'uscita di un EP di materiale inedito. Non solo la musica: la band ha presentato anche un proprio manifesto grafico, opera di Luca Di Sciullo, che accompagnerà ciascuno dei quattro brani protagonisti.

Oltre al manifesto principale, abbiamo visto anche l'illustrazione associata al primo singolo, Davide. Assieme al suo autore, l'illustratore Luca Di Sciullo, abbiamo voluto saperne di più:

Quando e come hai iniziato a disegnare?

Diciamo che ho iniziato a disegnare prima di cominciato a parlare, come tutti del resto, poi però non ho mai smesso e il disegno mi ha sempre accompagnato e ha sempre funzionato da diario della mia vita, ogni tanto riguardo i miei disegni passati e di ognuno, ricordo tutto, ricordo le emozioni che mi hanno portato a realizzarlo, a cosa pensavo in quel periodo e che avvenimenti  della mia vita circondano quella tavola.

Un disegno che ancora oggi mi piace ricordare risale a quando avevo 10 anni: disegnai un naso con gambe e braccia, un “Signor Naso” che faceva l’investigatore e ovviamente era molto bravo a fiutare gli indizi. Quel disegno piacque talmente tanto ai miei genitori che mio padre, batterista, mi chiese di farlo diventate la copertina dell’album della sua band.

Sei un appassionato di musica?

Sì e quì il merito è di mio padre, che come ho detto è batterista e folle amante della musica Jazz. Grazie a lui ho rifiutato la musica dance che andava di moda negli anni ‘90 .

Uno dei miei primi musicisti preferiti è stato Michel Petrucciani un mix di virtuosismo e potenza pura al pianoforte, poi ho cominciato ad ascoltare l’Acid Jazz, poi il Blues, poi il Rockma nel mio cuore è sempre riservato un posto al cantautorato italiano della vecchia guardia come De Andrè, Lucio Dalla e Paolo Conte. Per fortuna oggi il cantautorato italiano è tornato a splendere con nomi quali Calcutta, Brunori Sas, Mannarino e Motta.

Hai già fatto altri lavori simili per altri artisti?

Per la band di mio padre quando avevo dieci anni vale? Scherzi a parte, nel 2014 ho disegnato per una mostra allestita nella galleria d’arte bolognese ONO, mi era stata fornita una traccia registrata dagli allievi della scuola di musica Ivan Illich di Bologna e mi è stato chiesto di trasformare la musica in una storia illustrata.

E’ la prima volta invece che disegno per una band ed è stato un lavoro molto interessante e direi quasi liberatorio perché finalmente ho potuto creare delle immagini che avessero una voce. Il disegno infatti, rispetto alle altre arti quali il cinema, teatro, musica, è una forma d’arte muta che richiede grande sforzo per riuscire in quell’opera di coinvolgimento dello spettatore, sforzo sia dell’artista nel cercare di far entrare il pubblico nel mondo dell’immagine, sia del pubblico che deve fare un passo avanti verso l’opera, soffermarsi su essa, per esserne coinvolto. Spero veramente di poter lavorare ancora con la musica in futuro. 


Come ti sei imbattuto nei The Fottutissimi e com'è nata questa collaborazione?

La collaborazione con i The Fottutissimi è nata grazie all’amicizia con Mattia, il bassista del gruppo, che ho conosciuto qualche anno fa durante una serata davvero particolare a Cannes in occasione del festival del Cinema.

In questo ultimo anno ogni volta che lo incontravo mi diceva che presto mi avrebbe chiesto una collaborazione, ma non mi svelava mai quale. Poi quando è spuntato fuori il Covid che ci ha costretti a rintanarci in casa è arrivata la chiamata Mattia ed è stato così che ho trascorso la quarantena chiuso in studio a disegnare per i The Fottutissimi.

Non ho avuto ancora il piacere di conoscere gli altri componenti della band perché non ci siamo potuti incontrare a causa del distanziamento sociale imposto a causa del Covid. Spero di conoscerli presto, ovviamente ad un loro concerto.

 

Cosa hai voluto rappresentare nei tuoi disegni per la band?

Ho trovato nei loro brani molta somiglianza con quello che rappresento spesso nei miei disegni e quella parte di ricerca personale che riguarda il cambiamento, la novità, il lasciarsi andare alla mutevolezza delle cose.

Così mi sono messo in gioco, ho preso la matita ascoltando i pezzi, immergendomi nella musica dal foglio sono emerse le immagini. Per primo è nato Davide, l’immagine che poi ha dato origine a tutte le altre. Nell’EP ho trovato la storia di un ragazzo che cerca di conoscere sé stesso vivendo esperienze che lo aiutino a diventare indipendente, soprattutto dall’amore protettivo familiare, per cercare fuori un altro tipo di amore, quello della sua nuova vita. Si sente diverso e per questo incompreso, ma diventando adulto scopre di essere in fondo non troppo diverso da tutti gli altri, che c’è un lungo filo rosso che ci unisce tutti fatto di esperienze, di gioie e momenti  difficili che ci accomuna e che ci rende, per certi aspetti, tutti uguali. Ma questa è la storia che ci ho letto io, chissà cos’altro ci troverà il resto del pubblico. Buon ascolto a tutti! Let’s (punk) rock!

 

Ci sono tanti particolari nell'artwork che hai realizzato (pacchi di sigarette, tatuaggi, fiori, scarpe ecc), cosa vogliono significare?

I particolari sono l’anima di un disegno, io amo inserirne tantissimi nelle mie immagini. Mi piace dare all’osservatore almeno un paio di letture delle mie tavole, una lettura più veloce e frettolosa dove si predilige il colpo d’occhio e la visione d’insieme dell’immagine; una seconda rivolta ad un osservatore più attento dove i particolari lo guidano verso una comprensione più profonda della storia che l’immagine racconta.

Ad esempio, nell’immagine di Davide il fiore rappresenta la sua fragilità e le formiche che camminano su di esso sono come delle lacrime che fanno capolino dai petali facendo trapelare le sue emozioni. Mi sono divertito a disegnare i tatuaggi in cui ho visto raccontata  la sua storia, come fossero simboli indelebili del passato e la toppa sulla salopette di jeans, quasi un’icona sacra, è una richiesta di aiuto di un ragazzo che vuole essere preso per mano per tornare ad amare.

 

Spesso nei tuoi disegni troviamo un contrasto tra natura e artificio dell'uomo, un po' di astrattismo e un immaginario quasi cyberpunk rurale: da dove arrivano queste immagini che rappresenti? 

Mi piace quest’espressione, “cyberpunk rurale”. Credo che le immagini arrivino dal contrasto in cui vivo ogni giorno: sono un amante della natura incontaminata e disordinata nel suo ordine naturale, tuttavia abito e vivo in città: dopo aver trascorso 8 anni a Bologna, il mio nido adesso è posizionato sopra i rami di un supermercato affacciato sulla strada più trafficata di quella che, seppur non grandissima, è comunque una città, ovvero Fano.

Con il tempo ho imparato ad accettare e ad amare questo contrasto, tra natura e artificio dell’uomo. Ho imparato ad apprezzare quella natura che emerge dall’asfalto, la gramigna che spunta tra i binari del treno, le malerbe che crescono nelle aiuole o ai bordi delle strade, una natura che spesso, sbagliando, si reputa non necessaria, di troppo. 

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