Cronaca

giovedì 22 gennaio 2026

La Germania condannata per crimini di guerra contro un internato marchigiano

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La Germania condannata per crimini di guerra contro un internato marchigiano

La Repubblica federale di Germania è stata condannata dal Tribunale civile di Roma per crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante la Seconda guerra mondiale ai danni di Quinto Nunzi, internato militare italiano originario di Civitanova Marche, deportato tra il 1943 e il 1945 nel campo nazista di Myslowitz, parte del complesso di Auschwitz. 

La sentenza riconosce un risarcimento di 85.834 euro ai familiari di Nunzi, scomparso nel 2024 all’età di 100 anni.

La decisione chiude una lunga e complessa battaglia giudiziaria contro lo Stato tedesco, affrontata in sede civile nonostante le difficoltà legate al principio dell’immunità degli Stati esteri sovrani

Un ostacolo che, secondo il Tribunale, deve cedere di fronte alla tutela dei diritti fondamentali della persona quando sono in gioco crimini di guerra e contro l’umanità.

A rappresentare Quinto Nunzi nel procedimento sono stati gli avvocati Alessandra Piccinini e Dino Gazzani, che hanno ricostruito la vicenda dell’ex internato con rigore documentale e giuridico, ottenendo una pronuncia che afferma un principio chiaro: le pretese risarcitorie per i crimini di guerra non sono destinate all’oblio, ma restano azionabili anche a distanza di decenni.

Nel dispositivo, il Tribunale riconosce che la reclusione, la riduzione in schiavitù, la violazione dell’habeas corpus e la sistematica privazione di condizioni di vita dignitose costituiscono crimini tali da superare l’immunità dello Stato estero. 

Fondamentale anche il contributo dello storico Vito Carlo Mancino, autore della relazione sulle condizioni del lager di Myslowitz, della criminologa forense Margherita Carlini e di Stefania Giglio, che hanno collaborato alla ricostruzione del vissuto traumatico di Nunzi.

Catturato a Gorizia il 9 settembre 1943, deportato in Polonia e ridotto alla fame – al rientro pesava poco più di 37 chili – Quinto Nunzi nel 2020 aveva scelto di raccontare pubblicamente la propria storia per sottrarla al silenzio della storia. 

«Papà sognava questo giorno. Voleva giustizia, e finalmente l’ha avuta», hanno dichiarato i familiari, sottolineando come la sentenza rappresenti non solo una vittoria personale, ma un successo civile e della memoria, che rende onore anche alle migliaia di Internati Militari Italiani.

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