Attualità

lunedì 30 marzo 2020

Come soldati al fronte

Come soldati al fronte

di Federico Mosconi

Che la situazione in Italia fosse grave, anzi gravissima, lo si evince oltre che dai numeri dei contagi e dei decessi - siamo rispettivamente il secondo ed il primo paese al mondo - anche dallo spazio che la stampa estera sta concedendo,quotidianamente, all’analisi delle modalità con cui lo Stato italiano sta affrontando ciò che il 30 gennaio 2020 l'OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – dichiarava «emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale», il COVID-19.

Fin dalle prime battute una delle aree italiane più colpite dal fenomeno è stata la provincia di Pesaro-Urbino; recentemente la rivista statunitense di cultura, economia e politica The Atlantic ha pubblicato un articolo intitolato The Visible Exhaustion of Doctors and Nurses Fighting the Coronavirus, corredato dalle toccanti immagini del fotografo pesarese Alberto Giuliani in cui vengono esposti, in primo piano, i volti di coloro che lavorano in prima linea contro il COVID-19, ossia il personale sanitario dell’Ospedale di Pesaro “San Salvatore”.

Dal 01 marzo 2020, «in applicazione delle indicazioni operative emanate dal Servizio Sanità della Regione Marche», l’ospedale pesarese è stato adibito, al fine di contenere la diffusione del virus, al solo trattamento di pazienti affetti dallo stesso. Le potentissime immagini mi hanno spinto subito a condividere l’articolo con un amico americano che laconicamente ha commentato come le immagini “reminds me of shell shocked soldiers", ossia gli ricordassero i visi di quei soldati che, dopo essere stati al fronte, ritornavano in società presentando disturbi riconducibili al cosiddetto shock da combattimento.

Ad alcuni questo accostamento potrebbe sembrare esagerato ma il personale dell’ospedale pesarese, come quello degli ospedali di tutto il mondo, sta combattendo una vera e propria battaglia quotidiana contro un virus invisibile che secondo i dati più aggiornati, consultabili a questa pagina, conta globalmente all’incirca 725.000 casi accertati, 34.000 morti e 152.000 guariti.

Tralasciando temporaneamente gli effetti immediati e devastantidi questa pandemia, sia quelli a livello sanitario che quelli a livello economico, non dobbiamo sottovalutare gli effetti psicologici a lungo termine sulla popolazione generale, ma soprattutto sugli operatori sanitari. In una nota del 24 marzo 2020 la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche “FNOPI” ha indicato come lo stress possa essere stato un fattore determinante in relazione al suicidio di una giovane infermiera del reparto di terapia intensiva dell’Ospedale San Gerardo di Monza, secondo caso registrato in Italia nel giro di una settimana.

Il PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) viene consideratoerroneamente dai non addetti ai lavori come un disturbo che colpisce coloro chesono stati in guerra, ma gli innumerevoli studi condotti hanno dimostrato come sia invece una forma di disagio mentale che può manifestarsi, in seguito a tragici eventi, in persone di tutte le età ed in qualsiasi contesto sociale.

Oltre a proteggere gli operatori sanitari dal pericolo contagio, attraverso l’utilizzo di adeguati DPI, devono essere investite risorse per salvaguardare psicologicamente questi lavoratori; a tal proposito la Psicologia Ospedaliera della struttura di Pesaro ha distribuito un pamphlet di quattro pagine, intitolato Sono stanco e non vedo la fine,in cui evidenzia come lo stress psicologico possa manifestarsi, emotivamente e fisicamente, ed invita i dipendenti dell’ospedale che ne sentissero il bisogno ad usufruire del sostegno psicologico telefonico o di recarsi agli incontri individuali di terapia breve di supporto. Indubbiamente un primo passo nella giusta direzione contro una battaglia a lungo termine che coinvolgerà moltissimi operatori sanitari stremati dalla guerra contro il coronavirus.

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