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mercoledì 07 gennaio 2026

Calzature, export marchigiano in calo nei primi nove mesi del 2025

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Calzature, export marchigiano in calo nei primi nove mesi del 2025

Nei primi nove mesi del 2025 l’export marchigiano di calzature e componentistica registra una contrazione del 4,4% in valore rispetto allo stesso periodo del 2024, un dato leggermente peggiore rispetto alla media nazionale, ferma a -4,1%. 

Un rallentamento che conferma le difficoltà di uno dei settori chiave dell’economia regionale, ancora alle prese con una domanda internazionale debole e scenari geopolitici complessi.

Le prime cinque destinazioni dell’export marchigiano, che insieme rappresentano il 45% del totale, mostrano andamenti differenziati. 

La Francia resta il primo mercato, ma segna un calo del 3,6%, mentre la Germania cresce del 3,7%. 

Pesante la flessione negli Stati Uniti (-20,7%), compensata in parte dall’aumento delle esportazioni verso il Belgio (+22,4%). 

Stabili i Paesi Bassi (-0,4%), mentre la Russia, settima destinazione, perde il 22,4%.

Sul fronte produttivo, il numero di imprese attive tra calzaturifici e produttori di parti ha registrato a fine settembre una riduzione di 122 aziende rispetto al consuntivo 2024, con una perdita complessiva di 239 addetti tra industria e artigianato, secondo le elaborazioni del Centro Studi di Confindustria Accessori Moda.

In aumento anche il ricorso alla cassa integrazione. 

Nei primi nove mesi del 2025, le ore autorizzate dall’Inps per le imprese marchigiane della filiera pelle sono cresciute del 10,8% rispetto all’anno precedente, raggiungendo circa 4,3 milioni di ore. 

Un segnale che conferma la persistente fragilità del comparto.

Nonostante il quadro complesso, dal terzo trimestre arrivano indicazioni meno negative. 

Il fatturato registra una flessione contenuta dello 0,9% sull’analogo periodo del 2024. 

«I dati indicano una riduzione della caduta e una prima luce in fondo al tunnel recessivo», osserva la presidente di Assocalzaturifici Giovanna Ceolini. 

La capacità delle imprese di presidiare i mercati europei e di intercettare la domanda nelle aree più dinamiche, come il Medio Oriente, viene indicata come la chiave per affrontare il 2026, in un contesto che conferma la resilienza del Made in Italy.

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